Il ragazzone

E’ l’ottobre del 1947. Primo giorno di scuola all’Istituto Galileo Galilei, in viale Manzoni. Sono affascinato dalla originalità della scuola. Occupa un grande isolato, ha tante aule e tante officine con macchine per le più diverse lavorazioni. Ogni studente, in ogni officina, ha il suo spazio di lavoro e le sue attrezzature; ci sono la falegnameria, la fucina, la fonderia, la torneria, l’officina impianti elettrici, la radiotecnica. Nell’officina più grande ci sono un aereo di linea, un caccia e un idrovolante per i “costruttori aeronautici”. C’è anche un’officina adibita a "deposito biciclette". Dopo la visita iniziale, riunione in aula magna. Parla il Preside ai futuri studenti iscritti alla prima classe. Dice più o meno così:
“Ragazzi, questa scuola è durissima; avrete, ogni giorno, sette ore di cinquanta minuti, dovrete studiare sempre e tanto. Le prime classi arrivano alla lettera “Q”, le seconde, dovranno arrivare ad “E”. Chi verrà bocciato dopo avere frequentato la prima classe, dovrà lasciare la scuola, non potrà ripetere”. (alcuni “Flash")
Inizia così un quinquennio scolastico con tanti esami di riparazione a ottobre e una bocciatura non avendo riparato, in settembre, tre materie di officina più la “storia”. Il “sette”, sia nello scritto che nell’orale è un voto eccezionale, per tutti. Tanto meno sulla pagella. La scuola è dura fino all’ultimo anno quando prendo il diploma, ad ottobre, perché rimandato in “macchine elettriche” con 5.
Mentre i miei amici scouts e di quartiere, sempre puliti, studiano latino, greco, filosofia, storia dell’arte ed altro io fatico, nei corsi estivi, anche fisicamente, per riparare, le materie di officina.
Sei anni terribilmente formativi nel fisico e nella mente. Vado bene nell’italiano scritto, nella matematica e nella fisica, ma finisco ad ottobre in storia perché odio le date. L’immagine che do con l’italiano scritto, mi fa vivere di rendita nell’orale e nella storia.
Mi piace lo sport: il calcio e l’atletica che pratico (partendo dal Flaminio) andando in bicicletta fino allo Stadio delle Terme di Caracalla, l’unico stadio per l’atletica esistente a Roma. Sono felice quando la mia squadra vince il campionato interparrocchiale di Roma.

Nel 1951 frequento il IV istituto e nascono i primi campionati studenteschi. Sono fortunato perché, pur essendo terminata la guerra da pochi anni, gioco al calcio ai Cavalieri di Colombo. Corro e sono in forma. Partecipo ai campionati della scuola ed avrò le prime medaglie della mia vita (le ho ancora, 57 anni dopo).

Gli scouts mi portano oltre la città di Roma, alla passione per la montagna e a godere l’ebbrezza di alcune cime tra cui il Monte Rosa (m. 4559) l’Adamello (m. 3539), la Presanella (m. 3558).

Sono un ragazzo alla ricerca di un’identità e di ideali verso i quali zio Gino aveva già avviato il mio pensiero. Pur essendo uno scout, nel 1952, mi iscrivo, di nascosto, alla FGS (Federazione Giovanile Socialista) che ha sede vicino casa. La FGS, in quegli anni, è considerata dai media poco meno che un covo di mascalzoni perché il Partito Socialista è all’opposizione del governo (a maggioranza DC dal 1948) assieme al Partito Comunista.
In famiglia, con mamma, mio fratello e nonna c’è serenità. Intorno ai sedici anni, in cambio di alcune lezioni di latino impartite da mio fratello, entra in casa la prima chitarra, uno strumento che, sessantanni dopo, mi farà ancora compagnia. Già, la chitarra… in un piccolo mondo di fisarmonicisti! Apprezzo questo strumento quando, in un giorno di sciopero per l’italianità di Trieste, un compagno di classe viene a scuola con la chitarra e andiamo tutti a cantare a Colle Oppio. La chitarra mi fa sognare. Canterò e accompagnerò la mia voce senza l’aiuto di nessuno. Ma questa è un’altra storia.
A ottobre del 1953 sono un Perito Industriale Elettrotecnico che dovrà cercare subito un lavoro per aiutare la madre, vedova, che mantiene la propria madre e il fratello minore.
Prendo coscienza della situazione: dovrò essere al più presto autosufficiente e di aiuto a mamma e mio fratello minore.