Nasce il poeta

Nel gennaio 1997, passeggiando per il centro di Roma, rivedo la mia ex Università di Piazza Fontanella Borghese con le numerose bancarelle di libri. Guardo incuriosito e, nel reparto “2000 lire”, leggo un titolo: “Metrica”. E’ una piccola spesa che copre una discreta curiosità; nella vita ho letto raramente le poesie ma non mi è mai venuto in mente di scriverne,
Nello stesso mese di gennaio, il 23, giorno del mio compleanno, nasce la poesia n°1.
Ma quale poesia? Quella in dialetto romanesco, quello che, da bambini, era proibito parlare in casa. (papà non voleva che parlassi romano però… aveva i libri di Belli, Trilussa e Pascarella). Ora sono un anziano pensionato e mi esprimo come mi pare.
E’ intitolata “Spazio e libertà”. In essa oggi, rileggo, dodici anni dopo, la sofferenza per la vita del pensionato chiuso in casa (anche se con colori e pennelli) e la mancanza di una compagnia che condivida la mia scelta di una vita piena con nuovi impegni come li avevo avuti nel periodo lavorativo. In questa nuova vita, nonostante le mie analisi ante pensionamento, mi ci trovo stretto. Ho bisogno di vedere gente, di essere libero di muovermi. Questo dico nella poesia n° 1 “Spazio e libertà”. Si. Ha un numero perché: “se poi ne farò delle altre?”
Infatti, ora, sono più di trecento. Ma come ci sono arrivato e come sono cresciuto?
Quale mondo ho descritto negli anni?
All’inizio sono ispirato dai ricordi della mia infanzia e dai contrasti in famiglia a causa dei miei nuovi impegni. Poi comincio a parlare di Roma, quella di serie B, che la gente non vede o fa finta di non vedere, parlo dei fatti di cronaca che mi colpiscono, delle guerre e delle ingiustizie.
Come per l’arte anche qui partecipo ai concorsi letterari in vernacolo organizzati dal Centro Trilussa, dall’Accademia G.G. Belli ed altre associazioni; ottengo premi e comincio ad essere noto nell’ambiente dei poeti dialettali.
“PRONTO SOCCORSO” è una mia raccolta di poesie con un racconto, “FURTO IN CASERMA” scritti durante i tre mesi di degenza e immobilità in carrozzella e stampelle; ho un obiettivo per non morire con il cervello: ogni giorno devo scrivere almeno una poesia sulla vita che sto conducendo.
Altre raccolte: QUER CHE ME DICHENO ER CORE E LA CAPOCCIA che conquista il 2° premio per il settore “pubblicazione” nel concorso dell’Accademia. G.G. Belli e PENZANNO A CHI STA PEGGIO, gradito dalla Comunità di S. Egidio che mi ringrazia con una lettera del Segretario Generale.
Nel 2008, grazie ad un primo premio ottenuto nel concorso indetto dall’IPLAC di Venezia, nasce il mio primo libro “Quer che me dice er core quanno…” che viene presentato davanti a circa cento persone, dal Prof Renzi, Presidente dell’Acc. G.G. Belli per la parte poetica e dal Prof. Giovanni Guaccero per le canzoni da me musicate su testi di poesie, premiate nei premi letterari. Proseguo con un recital composto da dieci delle mie canzoni.
Il 10 ottobre 2008 tocco il punto più alto nel convegno di Fiuggi del periodo 10-13 ottobre; vengo invitato e accetto con gioia ad entrare nell’ANPOSDI (Associazione Nazionale Poeti Dialettali) un consesso di cui fanno parte pochi ma grandi poeti dialettali di tutte le regioni. Ho la tessera n° 668. Dell’associazione, nata nel 1952, fanno parte circa 130 viventi; per il Lazio ne hanno fatto parte anche Aldo Fabrizi e Mario Dell’Arco. Mi viene consegnata la tessera in pubblico e mi viene data una visibilità nazionale nella serata di apertura in cui presento, davanti a circa 130 persone, le mie canzoni.
Nel 2009 vengo nominato “Socio onorario a vita” dell’Accademia G. G. Belli.

VOLA VIA

Io ciò ‘na poesia
ch’è ferma a casa mia
la vorebbe fa uscì
pe mannala da te.

Che stanno a fà millanta verminelli
in fila sopra a tanti foji bianchi?
“Dormite sempre? Mica séte belli...
Tirateve un po’ su. Che séte stanchi?”
‘N accordo de chitara
j’ha fatto dà ‘na smossa. E allora io
co la dorcezza, e senza fà cagnara,
ho messo un verminello sur leggìo,
che striscia piano piano
lassanno le macchiette bianche e nere.
Lo smiccio: pare guasi ‘no scrivano…
Ma nun fa cacche: mette note vere
-che tutte inzieme fanno un’armonia-
e se ne vola via. E va lontano
in groppa ar vermine ch’ha messo l’ale.
E’ nata ‘na canzona. E pija er vento.
E’ un’ aria musicale
che cià più spazzio de ‘na poesia
ché ciaveva le note priggiognere.
Mò porta in giro amore e sentimento
ner monno che va a foco pe le guere.

E mò che vola via
nun è più solo mia.
Vola ner venticello
cerca sempre un fratello.

 

STRACCIO

E’ notte, fa un gran freddo. Er celo è scuro.
L’ombrello s’è sfasciato.
Me sarva una loggetta.
De sotto ce sta un pacco, accosto ar muro.
Ce serve la barchetta.
So’ tutto fracicato.
Ch’edè ‘sto straccio?
Un mucchio de monnezza?
Un panno che se sposta?
Sarà un poraccio che vò ‘na carezza?
De fora ce sta un braccio
coperto da ‘na crosta.
Finisco in confusione
penzanno a lo straccione.
Lui era come a me
Alegro. E co le coccole de mamma
pronto a pijasse er monno.
Eppoi perché?
Quann’è successo er dramma?
Come se fa a sapé
quanno ha toccato er fonno?
Indove troverà quarche quatrino
pe mette quarche cosa ne la panza?
Je serve er “da magnà” o un bicchier de vino?
Come se fa a ridaje la speranza?

Un fiotto d’acqua. E smetto da penzà.
E’ uno straccio inzuppato. E nun se sposta.
Er braccio è sempre fora. Co la crosta.
E mò me chiama: “Piove... Viè più qua!”

 

ABBONORA

Nun ho dormito mica. Ho guasi pianto.
Mamma s’ha da spostà dar camposanto.
C’è l’aria frizzantina e sto a vedé.
La pala scava piano e s’avvicina:
ecco er vestito blé.
Eccola è lei. Vedo er soriso
de chi pò stà sortanto in paradiso.
Mò so’ pacioso,
co la capoccia ne la nuvoletta.
Me danno ‘na cassetta
co drento mamma in viaggio de riposo.

A mà. Te tengo in braccio pe fà un viaggio.
Devo da annà ar Verano.
Ma famo piano piano ….
Tranquilli… Mò guardamo er paesaggio.
Va bene come guido
‘sta bella spasseggiata?
Che strana matinata …
Oggi ero nero. Vedi che mò rido?
So’ diventato alegro. Nun dì gnente
che parlo solo io.
Me piace ancora ditte. “Amore mio”.
Lo dico piano: pò sentì la gente.
Le cose che se dìmo a còre a còre
te le vierò a ridì su ar quarto piano.
Le sentirà papà. Nun è lontano.
Così saremo in tre a parlà d’amore.

Semo arivati. Mò t’ho da lassà.
Tanto tra un po’ io vengo a stà co te:
così potemo ancora chiacchierà.

 

PENZIERO

Er fiume è tutto pieno de marane
che se sò ammisticate.
Lo pòi trovà riempito de zampane
ne le belle giornate.
Puro er pensiero viè sempre riempito:
cià drento l’emozzioni,
cià drento l’inteletto e l’intuizzioni.
L’artista, si è ingegnoso, l’ha capito:
cor su’ pensiero
ce pò fà véde tutto er monno intero.
Se trova un fojo? Fa una poesia.
Cià li colori? Eccote un paesaggio
pieno de fiori cor tramonto a maggio.
Cià un pentagramma? Fa una melodia
e quer pensiero mo pò volà via.
Ma chi ce penza a l’interpretazzione?
Stavorta è diferente:
dev’esse chi ha capito quer pensiero
o chi s’è visto er fiume, tutto intero.
Co la stessa emozzione.
E’ lui ch’ha da sonà.
E’ lui ch’ha da cantà
si vò ch’er suo penziero origginale
je resta talecquale.

Er pensiero, si ciài un po’ de talento,
finiscilo da te. Sarai contento.

 

PINCIO

E’ bello tornà ar Pincio a primavera,
de matina co l’aria trasparente.
E’ puro bello stà su la panchina:
leggo er giornale. Nun c’è troppa gente.
M’arivedo er tempietto sur laghetto.
Accosto ce sta ancora er ruscelletto
coll’acqua che cammina tra l’erbetta;
‘na piuma bianca, verzo er ponticello,
fa vive lo scenario. Quant’è bello!

Me piaceva giocà co la barchetta.
Guardo e m’accuccio. Mò nun ciò più er ciuccio.
Ariva quarche schizzo: e mò che c’è?
E’ uno che sta a dì’: “Nun te bagnà
M’affisso come un tonto. E mò chi è?
“Papàààà….! Mò nun me bagno più...
Continua a ride, che me tiro su”.
Te, resta a guardà l’acqua. Nun t’arzà.
So’ io che guardo a te. Sei un po’ vecchietto.
Lo sai che so’ più giovene de te?
”.
“Io ciò le cianche che me fanno male.
So’ stato a l’ospedale. Viè giù te”.
Smetto de guardà l’acqua e torno in piede.
Papà nun ce sta più.
Lui sta in celo. Io m’arimetto a séde.

Coll’occhi chiusi torno a quer ricordo
De quanno nun sapevo ch’era un sordo.
E’ bello tornà ar Pincio a primavera:
sogni ‘na cosa che voressi vera.

dal 2009 è anche una canzone

 

CHITARRA

Quattro pezzi de legno e un bucio scuro.
Sei sorelle a braccetto, sempre inzieme.
Un dito le strofina, le fa freme
e nasce un’armonia come un sussuro.
Da sessant’anni me fa compagnia.
Me fa sortì li mejo sentimenti,
ner giorno quanno ciò li rodimenti
o quanno, invece, schioppo d’alegria.
“Lo sai che sei ruffiana?
Me porti sempre quarche amico in più.
Puro si amanca ormai la gioventù
te porto ar collo come una collana.
Quanno che sto a cantà quarche parola
te faccio una carezza,
e te poi m’arisponni co dorcezza.
Semo una cosa sola.
Mettemo note dorci drent’ ar vento;
co un dorce arpeggio.
Portamo un po’ d’amore a chi sta peggio.
Quanno che sto co te io so’ contento”.

Poi, pe fà in modo che nun pìa le botte
me l’aricopro come un fratellino.
La piazzo sempre accosto ar commodino.
Je dico grazzie. Un bacio. E bonanotte.

Dal gennaio 2008 è una canzone ed ha lo spartito

PRONTO SOCCORSO

Nella vita ci sono momenti in cui, quando tutto sembra precipitare nell’abisso, il pensiero riesce ad afferrare il cordino di un aquilone e a volare alto. Il mio aquilone si chiama “poesia”.
Nella solitudine, esule e immobile tra i sofferenti, la poesia sostiene il mio essere, trasportando, fuori dalla finestra, le esperienze, i sogni e le speranze.
Al termine del volo mi accorgo, come mai era avvenuto prima, quanto siano belli i giardini e i fiori. Il vuoto si è riempito pur lasciando uno spazio immenso: vedo tanta luce e sento nuovamente il dolce suono della mia chitarra.
Ora, in casa, sono solo con la compagnia di due stampelle “canadesi” ma non soffro più la solitudine che mi opprimeva quando ero con gli altri sofferenti.
Sette anni dopo è passato tutto. Resta il ricordo di chi, nella sofferenza, non ha avuto la fortuna di trovare, come me, un cordino di aquilone.

Alberto

17 novembre 2010. Presentazione del libro PRONTO SOCCORSO presso il Caffè Letterario “Mangiaparole” da parte della scrittrice Dott.ssa Maria Rizzi e dell’attore Massimo Chiacchiararelli.

ER CESSO

Dar letto mio se vede sempre er cesso.
Me piacerebbe tanto annacce a séde.
Quer giorno bello lo potrò rivede?
Spero de si! Ma nun è propio adesso.

Dichi: “Ma come fai
si scappa er bisognino.
Indove vai?”
“C’è er pappagallo sopra ar commodino”.

“Si invece ciài da fatte un bisognone?”
“E’ un penziero che ciò ne la capoccia
da quanno che me svejo. Un po’ me scoccia:
sotto ar culo me danno un pannolone”.

Pare de falla all’aria, come ar prato.
A pulimme ce penza l’infermiera.
Viè co l’ovatta. Come ierassera
che finarmente me so’ libberato.

E’ tanto che nun scegno da ‘sto letto.
Ho preso confidenza cor pitale
puro si nun me piace. Me fa male.
Vorebbe fà er bidè ma ancora aspetto.

Sarebbe un sogno annacce sopra adesso
e arimanecce senza sentì er male,
mentre me leggo in pace er mi’ giornale.
Me piaceria strillà: “Viva quer cesso!”
 
28/02/2002

GIAMPIERO

Ogni giorno passato in ospedale
cià dolori e paure: è talecquale.
Un fatto è proprio vero:
‘sta vorta è ita bene pe Giampiero.

E’ stata ‘na serata un po’ pesante:
tanti se sò dovuti dà da fa.
“Smorzamo la tivvù? La vòi staccà?
L’ore che pòi dormì nun sò poi tante”

Ma dimme un po’: ma che stai a vommità?”
Move li bracci come un burattino.
Move le cianche come un arrotino.
Nun fiata mica. No! Nun sta a strillà.

Ma nun respira come ierassera …
M’attacco ar campanello: mò so’scosso.
E sòno. E spigno. M’attacco ar tasto rosso
finacché se presenta un’infermiera.

Je spiego che succede:
Lui cià le convurzioni.
E doppo tre minuti, ce poi crede,
lei torna co un gruppetto de “campioni”.

Ce sta er dottore, c’é l’anestesista.
Tre infermiere, le bombole e l’attrezzi;
ognuno ner carello cià li pezzi
che devono fermà ‘na fine trista.

Giampiero mò sta bene.
Sò stati bravi. Nun cercamo er mejo.
Doppo un’ora è sortito da le pene.
Ma si nun stavo svejo?
 
28/02/2002

Presentazioni e Premi

23 febbraio 2008. Presentazione del libro “QUER CHE ME DICE ER CORE QUANNO …” da parte del Prof. Renzi, Presidente dell’Accademia G.G. Belli e delle sue canzoni da parte del Prof. Guaccero, docente del Conservatorio di Reggio Calabria.
31 dicembre 2008. Nuovo libro dal titolo “SUCCEDE PURO QUESTO” ottenuto con un “bonus” per un 3° premio del concorso IPLAC di Mestre.
17 novembre 2010. Presentazione del libro PRONTO SOCCORSO presso il Caffè Letterario “Mangiaparole” da parte della scrittrice Dott. Maria Rizzi e dell’attore Massimo Chiacchiararelli.

RICONOSCIMENTI NEI PREMI LETTERARI PER POESIA

Per singole poesie

VOREBBE VEDE
Premio "I poeti della Roma" da parte dell'Unione Tifosi giallorossi del 5/3/2006
3° premio nel concorso FORZA ROMA dell’Accademia Romanesca il 13/6/2009
Home page del sito giallorosso del Ministero della Difesa

Ce fai inzognà.
Ce fai sperà.
Ce fai soffrì.
Tu ciarovini puro er luneddì
e puro er resto de la settimana.
Perché? “Er Pupone” ha fatto la buriana
e pe ‘na fesseria
s’è fatto caccià via.

Ma ce sta puro er giorno de la festa
indove er core è come ‘na tempesta,
che se vò fà sentì da tutto er monno
quer gusto che se sente ner profonno.

Ciò ancora tempo. Io ce credo ancora.
E prima che m’ariva l’urtim’ora,
siccome che n’ho visti solo tre,
vorrebbe véde er quarto. E sai perché?

E’ bello véde tante feste e soni
co li romani tutti caciaroni.
La gente canta e ride: ma è commossa
e Roma è tutta quanta giallorossa.

LAVAVETRI
poesia scritta il 21/11/2005


Immagine: Reportage - Lavavetri a FI - travel_'s photostream

La luce è rossa. Me dovrò fermà.
Ce sò li lavavetri cor bastone
e co la bottijetta:tre perzone
piazzate in mezzo. Mo dovrò passà.

Metto la prima. Quanno ariva er verde?
Ancora no. ‘Na piccola frenata.
Uno me guarda e me fa ‘na risata
guasi de sfida. Ma nun vojo perde.

Me fermo e aspetto, tanto, lì davanti,
ce sta già ‘n antro che nun pò partì.
Cià un lavavetri che lo sta a pulì.
Me guardo quanti sò: sò proprio tanti.

Me s’avvicina uno, senza fretta.
E io riparto. Faccio un po’ de metri.
Stavorta so’ incastrato. Er lavavetri
me svota l’acqua de la bottijetta.

Je dico no! Ma nun me serve a gnente.
Lui ride e lava. Mo io so’ bloccato
senza poté scappà. S’è parcheggiato,
in doppia fila, un grosso deficente

ch’è stato già lavato. Mo che faccio?
Io, questi qui nun li vorei vedé.
Pijo ‘na monetina: “Hai vinto te”.
Lo guardo. Cià ‘na faccia da poraccio.

Cià quattro stracci e tanto de bisogno.
Lui me rideva ma nun era un gioco.
Solo ‘na monetina?... Troppo poco….
Me guardo a lo specchietto e me vergogno.

“Terna di poesie” ARTISTA LIBBERO, AMORE E MONNO, ‘NA FOTO: 3° premio nel Memorial Gennaro Sparagna di Minturno (LT) il 4/12/2010.

PARTECIPAZIONI ALLE DIVERSE ATTIVITA' ARTISTICHE E RICONOSCIMENTI OTTENUTI

N° 75 premi per n°38 poesie diverse in lingua e vernacolo, tra
cui 15 primi posti.
N° 3 premi per pubblicazioni poetiche
Sue poesie sono presenti su numerose antologie. Collabora o
ha collaborato con i periodici VOCE ROMANA, RUGANTINo,
SHAKER, ROMANITÁ, DIOGENE, VOCI di Mestre.
Ha partecipatoa trasmissioni televisive. Tra queste, si ricorda
GOLD TV, in cui Sandro Bari, Direttore di VOCE ROMANA ,
mentre avveniva le declamazione delle poesie, faceva scorrere
sullo schermo, acquerelli e bassorilievi dell’autore.

Per pubblicazioni

2° premio nel XVI concorso G.G. Belli con premiazione in Campidoglio del 15/12/2004. Premio Coppa per la “pubblicazione” “QUER CHE ME DICHENO ER CORE E LA CAPOCCIA”

Menzione d’Onore (4° Premio) per il libro “QUER CHE ME DICE PER CORE QUANNO..." il 23/5/2008 nel 2 ° concorso IPLAC di Mestre.

ASSOCIAZIONI DI APPARTENENZA

Accademia G.G. Belli dal 1998; componente del C.D. dal 2005 al 2008., Voce Romana dal 2001,

Accademia Romanesca e Tempo di Cultura nel 2010

Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali (ANPOSDI) dal 2008

IPLAC- Insieme per la Cultura di Abano Terme dal 2008

Centro Trilussa dal 2009

Sue poesie sono presenti su moltissime antologie tra le quali ROMA IN RIMA del 2008

Novembre 2008: Realizzata la video-poesia ER SESSANTUNO

Dal 2009 SOCIO ONORARIO A VITA dell’Accademia G. G. Belli. Con le mie poesie collaboro con SHAKER, la rivista dei "senza dimora"