fico
che conserva l’impegno di mio padre come fotografo dilettante,
munito di Kodak 6x9 e mamma, ordinata e precisina, che incolla
le foto su album nero e scrive date e luoghi con inchiostro
di china bianco.
Papà, nato nel 1886, è il primo di cinque maschi
ed è l’unico non romano; lo è diventato
a un anno di età. E’ il Capo Ufficio Filatelico
delle Poste Italiane e, insieme al suo Capo Divisione, porta
in visione a Mussolini, per la scelta, le nuove emissioni commemorative.
E’ anche un dirigente dell’Unione Storia e Arte,
l’associazione culturale romana. E’ deceduto nel
1945 quando, a undici anni, ho già frequentato la prima
media. Tra i tanti libri che ha lasciato ci sono quelli di Gioacchino
Belli, di Trilussa e di Pascarella che leggerò sempre
con interesse.
Mamma, romana del 1897, è una ragioniera, diplomata nel
1915, quando le donne non studiavano, che ha lavorato trentanove
anni, fino a Capo Ufficio Trasporti, alla BPD (Bombrini Parodi
Delfino) una grande azienda industriale. E’ deceduta nel
1992 a 95 anni quando ancora risolveva i giochi della Settimana
Enigmistica. Per tanti anni aveva fatto parte della “Corte
di Re Salomone”, i grandi enigmisti italiani anteguerra.
Tutti e due i genitori mi hanno dato tanto. Mamma, mi ha educato
fin da piccolissimo alla logica enigmistica e alla matematica,
papà, facendomi giocare, fin dai primi anni di età,
con i francobolli e quindi con re, monete, colonie, storia e
geografia relativa.
Frequento i primi tre anni delle elementari in una scuola di
monache e, gli altri, in una scuola statale con un maestro tutti
i giorni in camicia nera che, quando suona la sirena, ci porta,
in fila per due, nel ricovero antiaereo. Durante la guerra,
pur avendo pochi anni, collaboro alle richieste dei genitori,
assieme a mio fratello minore. Facciamo le file alla fontanella
per riempire un fiasco d’acqua, per comprare il carbone,
per la verdura e per la raccolta della legna da ardere quando
manca il gas. Soffriamo per tante carenze ma soprattutto per
il freddo e per i geloni; soffro quando scompare Mario, un amichetto
ebreo, con tutta la sua famiglia e quando il professore che
abita al piano di sotto viene fucilato dai tedeschi. Vedo, perché
accompagnato da papà, dopo l’arrivo degli americani,
le bare allineate in via Ardeatina, molte ancora senza foto,
ho ancora nelle orecchie il rumore delle bombe che cadono sul
quartiere Tiburtino e che ascolto dal Flaminio. Gli anni di
guerra mi fanno crescere più in fretta, come mi fa crescere
la morte di mio padre, a guerra terminata, quando con lo stipendio
di mia madre, oltre a me e mio fratello, devono essere mantenute
anche una zia e una nonna.
Da Balilla a scout, due divise e due mentalità opposte.
Dalle marce col fuciletto e canzoni di guerra alle escursioni
e all’amore per il prossimo, più povero di me.
Il fratello di mio padre, zio Gino, completa le basi di quello
che poi sarò nella vita. E’ uno zio, licenziato
nel 1923 dalle Ferrovie dello Stato perché socialista
e antifascista, che è vicino alla nostra famiglia e contribuisce
a completare il mio amore per i più poveri; “non
bastano le preghiere e la rassegnazione ma è necessaria
la contestazione e la lotta per cambiare i rapporti tra le classi
sociali”. Pur frequentando la Parrochia mi iscrivo, a
diciassette anni alla FGS (Federazione Giovanile Socialista)
e rimarrò un “rosso” per tutta la vita. Di
questo ne parlerò in altro spazio del sito.
Frequento la scuola media presso l’istituto Sant’Apollinare
e, dopo la licenza, con dispiacere di mia madre che mi vuole
allo scientifico, scelgo di frequentare il Galilei l’unico
istituto industriale esistente a Roma, prestigioso ma durissimo.
Per l’iscrizione è necessaria una licenza con la
media del sette, chi è bocciato non può ripetere
e deve cambiare scuola e indirizzo.
Prendo il diploma nel 1953 dopo cinque anni sempre accompagnati
dallo studio estivo per gli esami di riparazione. Perché?
I compiti per casa sono sempre tanti; bisogna studiare tutti
i giorni. Le interrogazioni avvengono senza preavviso, i compiti
in classe sono uno soltanto per trimestre: non si può
sbagliare. Ma a me piace anche lo sport; sono nella squadra
di calcio del quartiere Flaminio e faccio parte della Società
Atletica Capitolina perché corro i 100 metri in 11 secondi
e 4. Il tempo che tolgo allo studio lo restituisco studiando
d’estate.
E’ il dopoguerra e ogni anno le industrie richiedono all’Istituto
Galilei i neo diplomati. Ci vogliono due anni, dopo attività
lavorative meno stimolanti, per trovare la soluzione definitiva:
quella della SRE (Società Romana di Elettricità,
poi ENEL), nel 1955, dove vengo assunto in un concorso per due
Periti Industriali elettrotecnici. Percorrerò, fino al
31 dicembre 1994, tutta la mia carriera dalla Cs alla Q1 (quadro
di primo livello). Non arrivo alla dirigenza per due motivi:
il primo per la presunzione di arrivarvi ugualmente anche senza
dare gli esami residui per la laurea in Economia e Commercio
(mi sono fermato a 22 esami su 26), il secondo, per essere stato
un dirigente della CGIL che non è sceso a compromessi,
né accettato proposte indegne.
Nell’arco dei quarant’anni la fantasia e l’impegno
politico mi portano a fondare e dirigere tre giornali politico-culturali
e ad assumere ruoli primari.
Vado in pensione pur avendo la possibilità di rimanere
ancora in servizio, per qualche anno, come Capo dell’Ufficio
Materiali del Lazio, con circa 70 collaboratori.
Avanti
a me, secondo la statistica, ho ancora 15-20 anni di vita. Cosa
progettare per il futuro? Ho due prospettive. La prima: ho lavorato
per quarantuno anni ed ora mi riposerò, non farò
più niente, godendomi la pensione. La seconda: il cervello
ha funzionato ed è stato creativo per una vita, potrei
cercare attività nuove e culturalmente interessanti.
Vince la voglia di reinventarmi, di tornare creativo in qualsiasi
settore o attività che non ho mai praticato. Inizio,
quattro giorni dopo il pensionamento, il 4 gennaio 1995, con
la prima lezione di ceramica quale felice inizio di una serie
di bassorilievi con soggetto “Roma Sparita”.
Alla fine del 2008 guardo mi guardo indietro nel tempo e giro
lo sguardo nel soggiorno; sorrido soddisfatto.
Cosa ho fatto in quattordici anni per avere oltre sessanta tra
coppe e targhe? E le medaglie? E le menzioni d’onore?
E le citazioni sui periodici? E le interviste su tv private?
Oggi sono un artista per gli acquerelli e i bassorilievi, un
poeta dialettale, un compositore che mette la musica alle sue
poesie, vincitrici di premi letterari e un cantautore, arrivato
al 34° recital, un giocatore di bridge, lo sport della mente,
un corista del coro della Scuola di Musica di Testaccio, diretto
da Giovanna Marini.
Queste attività permettono il superamento di alcuni anni
difficili trascorsi nell’immobilità, in carrozzella
e con le stampelle. Però la mano può scrivere...
Nasce così “Pronto soccorso” una
raccolta di poesie e un racconto voluti con la forza di chi
pretende di scrivere, ogni giorno, qualche cosa per non trovarsi,
poi, guarito ma rimbambito.
Una cosa è certa: quel carattere e quel modo di pensare
formato dal contributo di mia madre, di mio padre, dagli scouts
e da mio zio Gino è rimasto tale e si vede dalle mie
poesie e dalle mie canzoni. Battersi sempre contro la prepotenza,
pensare e aiutare chi sta peggio di me.
Tu
che leggi il “chi sono” ti sarai chiesto: “Alberto
è un single o ha una famiglia?”.
Sono un single che ha avuto famiglia. Ho avuto due mogli che
ho stimato ma devo anche dire che un matrimonio, dopo tanti
anni (18 e 22) se non è sostenuto giornalmente da una
volontà reciproca per farlo vivere con nuovi interessi,
si logora e si consuma fino al vuoto. Queste esperienze mi portano
a capire che, una coppia può andare d’accordo soltanto
se è “scoppiata”; ciascuno a casa propria
per i problemi quotidiani. Si sta assieme nei fine settimana,
nelle vacanze, per necessità reciproche e per gli interessi
comuni. I tre figli adulti autosufficienti assieme ai nipotini
hanno la propria vita familiare e li incontro periodicamente.
Loro sono tranquilli che il loro padre non ha bisogno di nulla:
è sereno e autosufficiente.
Con la serenità familiare e quella di una vita soddisfacente
e gratificante il pensionato trascorre così la sua terza
età, felice di vivere. |